DI Là DAL FIUME E TRA GLI ALBERI RAI5
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Documentario | Di là dal fiume e tra gli alberi
In onda il 22/06/2026 dalle 08:10 alle 09:05
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Di là dal fiume e tra gli alberi: Salerno, sospesa in eterno (documentario)
La nostalgia sonnolenta. Lo slancio avveniristico. Lì, in mezzo, c’è tutta Salerno. Grande paese con l’istinto da metropoli, città in bilico tra i monti e il mare, tra il cristianesimo di San Matteo e la devozione per la Salernitana. Città incerta, che sfida le definizioni, fatta di antichità e di architetture futuristiche, di chi è arrivato e ha portato pezzi di identità, dandole un’anima multiforme. Fatta di giovani che se ne vanno, e che pure non resistono al suo richiamo. Allora tornano, cercando di sfidare quell’ipocrisia tutta tipica della provincia. Salerno è una città che sfida la semplicità e che resta, come la definiscono le sue voci più argute, una città sospesa.
A raccontarla è Salerno, sospesa in eterno, in onda domenica 21 giugno su Rai5 per Di là dal fiume e tra gli alberi. Il titolo nasce da un verso del salernitano Alfonso Gatto, poeta tra i più importanti del Novecento, e da una definizione che attraversa tutto il film: La più meridionale delle città del nord, la più settentrionale delle città del sud, così la definisce Corrado De Rosa, psichiatra e scrittore, che prova a decifrarne il carattere.
Un mosaico umano che parla attraverso le sue contraddizioni, i suoi misteri e le sue devozioni collettive. E attraverso le voci di chi lo compone. Sono quelle di Ciro Romano, avvocato e tifoso, per il quale la curva è la più grande forma di aggregazione. Di Gerry Fezza, fotografo di strada, che trova negli angoli, nei vicoli, nei volti e nelle mani della gente, la verità emotiva della città. Sono le parole di Alfonso Gatto, che grazie a Greenpino torna a parlare a tutti sui muri delle Fornelle, e sono i ritratti familiari che l’australiano Guido Van Helten dipinge sui palazzi. Come se Salerno e la sua memoria collettiva si raccontassero ancora meglio quando si fanno solo guardare.
Una città che recita, inventa e provoca. L’attore Yari Gugliucci ne trasmette la malinconia domenicale. Flavia D’Aiello, nella Chiesa dei Morticelli, affida ai burattini e al teatro di figura le memorie più profonde, fino alla ferita dell’alluvione del 1954. Le Brigate Morte, con dialetto, musica e intelligenza artificiale, diventano la coscienza critica e sgradevole di una generazione sospesa tra il partire e il restare.
Poi c’è la fabbrica di futuro di Biagio Crescenzo, che da Salerno raggiunge tutto il mondo. Lo fa con la meccanica, con i suoi brevetti, con le sue visioni e il suo senso di appartenenza. Perché anche il futuro, qui, ha bisogno di radici.
(dalla redazione Rai)
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